Ho appena ascoltato – ma non avrei dovuto – la registrazione audio dell’intercettazione telefonica di una telefonata tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi proposta da Repubblica.it. Dico che non avrei dovuto come – fatte le debite proporzioni del caso – non avrei dovuto vedere, all’epoca, i filmati dei militari americani sgozzati in Iraq. In questa registrazione io trovo un Berlusconi meno mitomane di quanto credessi, un Berlusconi che chiede raccomandazioni e che pure, secondo me, ne esce benissimo. Saccà invece ne esce come un piccolo uomo, un adulatore come tanti.
Ciò che importa qui, però, è che io non capisco come si possa arrivare al punto di diffondere una telefonata privata in questo modo. Quale emergenza si rileva nel caso in questione che giustifichi una così grottesca violazione del buongusto e della riservatezza di due persone sulle quali – non essendo noi giudici – non possiamo che estendere un giudizio morale? Ed i giudizi morali, lo sapete, mi fanno schifo.
Questi giudici – di cui io comunque desidero (ho bisogno di…) fidarmi – e che permettono, in negligenza, che tali conversazioni diventino pubbliche che idea hanno della loro funzione? Aver ascoltato quella conversazione, il sol fatto che sia possibile farlo, mi fa molto più schifo di quanto in quella conversazione si apprende, per quanto, è chiaro, i contenuti della stessa non mi facciano impazzire. Vergogna.

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